L'arte di...

L'arte di… Andare Avanti (lesson #5)

Un bar del centro, con quei tavolini di metallo grigio e quattro sedie per tavolo abbinate; un posacenere con alcuni mozziconi di sigaretta – l’odore di fumo ancora fresco – che non si riesce a distinguere più quali fossero lì da tempo e quali quelli appena spenti con due, forse tre dita dalle unghie rigorosamente laccate di qualche colore dal nome strano. Una Desperados con il limone, amico insostituibile della tequila che si trova all’interno della birra; un bicchiere di vino, uno di prosecco e un caffè. Quattro bevande diverse, un po’ amare – ognuna a suo modo almeno – e quattro ragazze sedute allo stesso tavolo a parlare.
La prima logica domanda che ci si può porre dall’esterno è cosa ci sia in comune tra quelle più che ventenni ma non ancora entrate pienamente nei trenta, che possa accomunarle. La risposta più semplice, forse la più ovvia sarebbe il destino; quella più cinica: la vita.
Cos’è che tiene legato un gruppo di amici che all’apparenza non sembra poi avere un collante saldo? A volte è una persona comune, altre una passione che li fa incontrare una volta a settimana, altre ancora sono le circostanze.
Quante volte vi siete chiesti come possa essere nata davvero un’amicizia? Dopotutto qualche mese/anno prima la persona che adesso sentite spesso o vedete per un caffè almeno tre volte al mese e che definite amica, era poco più che sconosciuta. Magari a pelle non vi piaceva neanche. Eppure, qualcosa, con il tempo ha cominciato a cambiare: può essere una confidenza raccontata perché non si ha nessun altro con cui condividerla; affrontare qualcosa insieme per caso.
La chiave è sempre e solo una: il tempo. Il ticchettio inesorabile che scandisce le nostre vite, che ci fa compagnia nel nostro percorso che decidiamo di vivere con quei pochi sconosciuti al fianco che si rivelano una piccola famiglia con cui condividere i momenti bui e quelli felici, le notizie che ti stanno a cuore e le paure più recondite. Sono più che sicura che vi sono venute in mente due o tre persone che sono questo e molto altro per voi perché – se la miriade di telefilm con cui siamo cresciuti ci ha insegnato – non siamo nulla senza il nostro piccolo grande supporto morale che troviamo tra le braccia degli amici o in una chat di gruppo su whatsapp.
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A quel tavolo si parla di tutto, alle orecchie di molti passanti probabilmente i loro discorsi non hanno neanche un filo logico; sono giovani, di cosa potranno mai parlare? Ragazzi, scarpe, trucchi, dopotutto sono ragazze. Quante banalità, quanti pregiudizi.
Certo, è vero che le ragazze parlano di ragazzi quando sono adolescenti, i loro primi veri rapporti di amicizia nascono dal nulla per via di quell’universo maschile che si apre davanti a loro quando iniziano le prime fasi della pubertà. Ci sono le lacrime, le spalle su cui piangere, i pugnali alle spalle quando la cotta del momento scegli una e non l’altra; ma c’è tanto altro anche, crescendo: ci sono le prime sbronze, i capelli e la testa tenuti indietro; i primi giri in macchina con la patente fresca, appena uscita dalla motorizzazione. La gioia dei 100 ma anche dei 60 sfiorati che mettono fine ad un inferno, le preoccupazioni sul futuro. Le prime rotture, in tutti i sensi: con il ragazzo storico, per la scelta dell’università, per il proprio futuro e tutta la burocrazia che ne viene dietro.
Si cresce ancora e ci sono i sacrifici: le sessioni estive, gli esami, quel lavoro part-time che in realtà tanto “part” non è, il mare visto da lontano, gli amici sentiti su Skype perché studiano in altre regioni o hanno scelto di lavorare all’estero. Gli allontanamenti da quelle persone che credevi fossero tutto per te ma che, a conti fatti, davanti una realtà diversa e forse anche un contesto diverso, non hanno più nulla in comune con te, non c’è più molto che vi tiene assieme eppure se pensi ancora a quei volti che ti hanno accompagnato per anni, non puoi far alto che sorridere.
Anni per creare ricordi, memorie, rimpianti, rimorsi, gioie, lacrime, tutto. Banalità, come le chiamano i più grandi; esperienze è il nome che diamo noi.
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L’accendino è quasi finito mentre l’ultima sigaretta del pacchetto delle Marlboro viene accesa. La carta prende fuoco e brucia veloce mentre si ispira il primo tiro; il fumo viene tenuto il tanto che basta prima di essere buttato fuori. E’ un gesto ormai automatico tanto che tra una boccata e l’altra non si prende neanche fiato per parlare. Eppure, c’è molto di più, ogni tiro è un’ansia in mene che viene buttata fuori, l’ansia che non raggiungerai mai i tuoi obiettivi lavorativi, che non farai mai quello step in più che potrà portarti a crescere professionalmente; di non arrivare a fine mese, di non farcela un giorno più. Ogni tiro è una rinascita mentre le paure vengono messe a tacere almeno per un pomeriggio.
La Desperados fa un rumore lieve, metallico mentre vuota viene posata sul tavolo. La fetta di lime che prima aveva bagnato il bordo della bottiglia, adesso è caduta senza far rumore al suo interno. E’ finita; una metafora della vita che viene perennemente scandita da scadenze: l’affitto, le bollette, gli esami, il cibo, persino noi stessi abbiamo una data di scadenza di cui non siamo a conoscenza. Ed ecco che più si fissa quel vuoto, più cresce quel demone dentro la testa, nero, che attanaglia e annebbia la mente. Sembra sempre che sei presente nella vita di tutti i giorni, ridi, scherzi, la gente ti crede persino felice ma quelle tre paia di occhi che ti guardano di rimando ti ricordano che non sei sola. Le scadenze passano, si affrontano insieme così come si affrontano i proprio demoni che tanto, per quanto lo si voglia mascherare, ognuno di noi ne ha uno in sé e allora ordiniamo un’altra bottiglia e ricominciamo a vedere tutto più pieno, pieno di vita.
Il tabacco è finito sul tavolo mentre una sigaretta veniva rollata con sapienza; con esperienza. Tutto ciò che abbiamo imparato negli anni lo diamo per scontato, non capendo che quello è il nostro bagaglio culturale di cui andare fieri e che, anche se all’apparenza possiamo risultare subito antipatici con la nostra bocca stretta che non si schiude facilmente in un sorriso, con i nostri occhi cupi di chi sembra abbia gettato la spugna e non ce la fa più, dobbiamo continuare ad andare avanti finché qualcuno vedrà qualcosa in noi e capirà che le apparenze ingannano. La gonna corta, il seno grande, il sorriso aperto e bianco potrebbero solo essere espedienti per farsi notare prima, per ottenere facilmente ciò che si vuole ma una volta dimostrato zero valore, non conta più nulla.
I vestiti larghi, le curve, la pelle “ruvida”, le borse di chi dorme poco vengono messe in secondo piano quando il valore di una persona e la sua personalità escono fuori. Ce lo si deve solo ricordare, basta guardarsi con occhi diversi, amici per ricordarsi che bisogna amarsi un po’ di più, un po’ meglio, un po’ con passione.
Il cellulare squilla, fa vibrare lievemente il tavolo leggermente instabile su una gamba e li occhi si sgranano; è messo a faccia in giù, come sempre. Coprire la vergogna, coprire i segreti, coprire le colpe, basta poco. Sarà la banca che chiama di nuovo per il credito in rosso? Sarà quel lavoro, anche stavolta è andata male? Sarà mamma con le notizie sul nonno? Sarà… sarà… chi sarà…? Più lo sguardo cade su di esso, più la paura sale così come l’imbarazzo. La decisione di rispondere o di lasciare l’ultimo secondo e fare la finta di prenderlo?
La mano è svelta e prima che il cervello stia troppo a pensare, ha la meglio. Il lavoro l’hai ottenuto. Se guardi bene, dopo la chiamata, nella posta elettronica c’è una lettera dell’ufficio delle tasse che ti rimanda indietro ciò che ti è dovuto; un messaggio da tua madre che ti ricorda bene. Le notizie belle non vengono mai sole, e lo stesso accade per quelle brutte eppure un po’ di positività non fa mai male. La ruota gira per tutti e forse questo è il tuo giorno.
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A quel tavolo si parla di frivolezze, come si può pensare dall’esterno, eppure si pensa al domani, all’emancipazione; si condividono sogni e paure, gioie e distruzioni. SI parla di vita.
Quattro destini, quattro anime, quattro demoni.
Quattro cuori che in un tavolo di un bar si incontrano e si stringono per combattere assieme questa giostra chiamata vita.
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Siciliana di nascita; ex-studentessa di Lingue al Liceo, all'università ho scelto Scienze della Comunicazione. MI sono trasferita all'estero subito dopo la Laurea e, adesso, son quattro anni che sono espatriata, prima a Londra e adesso a Cardiff e finalmente inizio a sentirmi a casa. Amo il sole, il mare, la primavera, i fiori e soprattutto il Natale. Oh, e i biglietti aerei economici, quelli sono DAVVERO, la mia cosa preferita. Sono una sognatrice; mi piace scrivere da sempre: sui banchi di scuola ho cerato le mie storie fantasy migliori che non hanno, e non avranno mai, visto la luce, più perché ho dimenticato dove siano tutte quelle pagine che per altro. Spesso penso che sia nata nel secolo sbagliato; gli anni '90 mi mancano molto a livello di contatto umano ma so che ormai non riuscirei fare a meno della tecnologia. Sono una viaggiatrice; figlia del mio segno zodiacale, il Sagittario, ho bisogno di spiccare il volo e vedere quanta più porzione di mondo mi sia concessa. Mi piace esplorare posti nuovi, perdermi per le strade, assaggiare nuovi sapori, sentire nuovi odori e perché no cercare di carpire parole da lingue a me sconosciute.

2 commenti

  • Lucy

    L’immagine di noi stessi con una data di scadenza, buttata lì con delicatezza in mezzo a tutto il resto, mi ha un po’ fatto tremare, però… c’è tanta verità in queste parole. Ormai è passato un po’ di tempo dai miei vent’anni-quasi-trenta, ma me li ricordo abbastanza bene da sapere che nelle chiacchiere di quattro ragazze al bar le frivolezze sono solo una facciata semmai, ma sotto c’è molto di più 😉

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