L'arte di...

L'arte di… Cambiare pelle

Sono un camaleonte perché sono una persona. Ho cambiato colori talmente tante volte che mi sono quasi dimenticata come è stato passare da una fase all’altra della mia vita. O forse sono un serpente, cambio pelle ogni volta che ne sento il bisogno. Sbatto contro le situazioni, pie’ e più volte finché non sono uscita dalla vecchia me mutando nella nuova me. Sembra un processo doloroso, vero? Dolore pero’ e’ anche quello causato dal veleno del serpente. Veleno che sgorga ogni giorno dalle nostre labbra; odio che viene celato da quegli occhi dorati che vorrebbero trasformare tutto in oro.
Sono una persona e, purtroppo o per fortuna, cambio personalità. Cresco; inciampo, sbaglio, mi rialzo, continuo e cambio ancora. Passo da situazioni e sentimenti che creano l’algoritmo della mia personalità, che lo formano tramite persone, esperienze, viaggi.
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Ricordo chiaramente, oggi come allora, quando da bambina andavo a prendere il pane per la nonna. Lei mi dava i soldi, mi diceva quanti bocconcini e banane dovevo comprare e mi rassicurava di prenderli caldi, “appena sfornati mi raccomando, sangu meo, aspetta se stanno per uscire” e io, senza paura, scendevo le scale, aprivo il pesante ed enorme portone del palazzo dove abitava la mia nonnina. Attraversavo la via con la mano davanti a me, uno stop non verbale che tutti seguivano vedendo una bambina di cinque/sei anni che si faceva strada con un pugnetto ben chiuso dove c’erano i soldi e un sorriso che avrebbe potuto sciogliere il ghiaccio.
Tutti quelli della zona mi conoscevano come la nipote del Capitano, nome affibbiato a mio nonno che faceva il marinaio ai tempi che furono. Sapevano già cosa dovevo comprare ma ugualmente mi ascoltavano e mi davano il sacchetto già pronto con il nome di famiglia e io andavo via contenta.
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Fast forward ad una decina di anni dopo quando nonna mancava già da un po’ nel cuore e nella vita di molti. A quando mi ero già trasferita in due città diverse nella mia vita e, pur non sapendo dare un nome al bullismo, ne ero stata vittima a otto anni; pur non sapendo come crescere, avevo già quindici anni e ci si aspettava molto, troppo da un’adolescente.
Al supermercato dovevo chiedere un paio di etti di prosciutto, nulla più. Il mio turno era vicino e potevo sentire ogni singola goccia scivolarmi sulla schiena, l’elettricità di ogni boccolo che non stava al proprio posto; l’imperlarsi della mia fronte, il rossore sulle guance che stavano scoppiando come un gioco d’artificio rosa acceso sul mio viso.  Dovevo chiedere solo un paio d’etti di prosciutto, mi ritrovai invece a balbettare uno sc-cusi alla signora che aspettava il turno dopo di me e, occhi bassi rivolti alle mattonelle che avrei preferito si aprissero per farmi sparire di li’, chiesi il salume e me ne andai correndo, cercando la mamma e prendendomela con lei. Era colpa sua se avevo affrontato tutto quello; era tutta colpa mia invece perché non capivo che lei mi aiutava a diventare adulta.
Era colpa mia perché ero stupida perché la vita mi aveva portata a non affrontarla con più decisione ma a chiudermi in me stessa. Mi sembrava che nessuno mi capisse. Ero sola; ero un lupo solitario ma che voleva il suo branco e non sapeva come e dove trovarlo.
Erano anni di cuore in gola, polmoni prosciugati, ansie, attacchi.
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Altro salto temporale, giugno 2014. La libertà erano quelle lunghe ali che fendevano l’aria e percorrevano chilometri e chilometri senza che neanche me ne accorgessi. Un manto di zucchero filato si stagliava davanti a me, sembravano li’ a portata di mano, potevo quasi assaggiarlo ma c’era quel vetro trasparente che mi separava.
Il cuore in gola quando tocco terra; nuova, inesplorata terra dove ho scelto di vivere. Ho quasi ventiquattro anni adesso, un pezzo di carta in tasca che attesta che sono dottoressa di qualche scienza, un bagaglio pieno di speranze, sogni, vestiti e tanta intraprendenza. Occhioni grandi e spalancati, leggeri passano su qualsiasi cosa a tiro, cercano di memorizzare ma e’ troppo presto, luminoso. Orecchie che mangiano parole straniere e assimilano, comprendono poco ma sono pronte ad impegnarsi di più. Parole che escono in una lingua non mia, cosi’, lente e accurate.
Penso che la mia vita cominci in quel momento, poche ore dopo penso che stia invece finendo mentre mi addormento finendo tutte le lacrime che avevo trattenuto di anno in anno.
Passano pero’ i giorni, i mesi e sono sola, dannatamente, maledattamente sola. Avrei voluto di nuovo la mamma al supermercato; in banca o in agenzia immobiliare a capire tutte quelle cose burocratiche di cui non mi ero mai interessata; a casa, al ritorno da lavoro per vederla ai fornelli o semplicemente sorridermi e abbracciarmi dopo una brutta giornata. Sarei stata ancora ancorata a lei, dipendente da lei. Invece no, sono cresciuta, e forse e’ stato meglio cosi’. Ho imparato a cavarmela da sola; ho aumentato le mie skills burocratiche, domestiche, lavorative.
A casa avrei avuto tutto pronto, qui ho dovuto sudarmi tutto ma ho avuto una gratificazione immensa alla fine di ogni giornata.
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Quando ero piccola ero indomita, sorridente, luminosa. L’adolescente che sono stata era insicura, piccola, nera. La ragazza in cui sono cresciuta aveva ferite, aveva perso battaglie, sacrificato amicizie, giorni, lacrime e si era destreggiata tra libri, ragazzi, ragazze, filosofie, pensieri, discussioni; si formava giorno dopo giorno, si preparava a sventolare la propria bandiera al mondo mentre faceva la lista della donna che voleva diventare: forte, indipendente, indomita, sorridente, luminosa. La bambina che ero volevo tornasse ad esistere, coesistere con la persona che ero diventata.
Mi immaginavo che da grande sarei stata una di quelle ragazze con la testa sulle spalle, che avrebbe sempre saputo cosa volesse, cosa dire e in che momento dirlo. Qualcuno pronto a combattere per le sue scelte, i suoi diritti. Avevo l’idea di donna che forse fossi stata ancora negli anni ’90, sarei anche potuta diventare ma, che con i tempi in cui mi ritrovo, a quasi ventott’anni non sono, ma ci sto lavorando.
La cosa più importante che ho imparato in questi anni e’ che non importa come ero, voglio essere o come sarò. Importa chi sono io adesso: espatriata, italiana, siciliana, ericina; ventisette anni, sette traslochi in quattro anni, due tatuaggi a distanza di due mesi; tre nazioni visitate, tanti sogni, mille liste infinite, poche amicizie e tanta, tantissima voglia di essere me giorno per giorno, crescendo pian piano.
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Siciliana di nascita; ex-studentessa di Lingue al Liceo, all'università ho scelto Scienze della Comunicazione. MI sono trasferita all'estero subito dopo la Laurea e, adesso, son quattro anni che sono espatriata, prima a Londra e adesso a Cardiff e finalmente inizio a sentirmi a casa. Amo il sole, il mare, la primavera, i fiori e soprattutto il Natale. Oh, e i biglietti aerei economici, quelli sono DAVVERO, la mia cosa preferita. Sono una sognatrice; mi piace scrivere da sempre: sui banchi di scuola ho cerato le mie storie fantasy migliori che non hanno, e non avranno mai, visto la luce, più perché ho dimenticato dove siano tutte quelle pagine che per altro. Spesso penso che sia nata nel secolo sbagliato; gli anni '90 mi mancano molto a livello di contatto umano ma so che ormai non riuscirei fare a meno della tecnologia. Sono una viaggiatrice; figlia del mio segno zodiacale, il Sagittario, ho bisogno di spiccare il volo e vedere quanta più porzione di mondo mi sia concessa. Mi piace esplorare posti nuovi, perdermi per le strade, assaggiare nuovi sapori, sentire nuovi odori e perché no cercare di carpire parole da lingue a me sconosciute.

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