L'arte di...

L'arte di… tornare a condividere

Di Palermo ho pochissime foto, gli anni dell’università, le serate studentesche, i festini a casa, il pub del sabato sera con gli amici, quando si rimaneva fino a tardi, tardissimo tanto che ti accorgevi che prima di tornare a casa, forse era meglio fare colazione. Quando si stava seduti al tavolo in dieci, dodici, quattordici, tutti stretti stretti su quelle panche ma con la voglia di parlarsi e guardarsi negli occhi, sorridere; ridere, di gusto, a volte quasi sguaiatamente; a volte sino alle lacrime.
E non era la birra, gli shottini, le sigarette o le canne. Era la condivisione, la voglia di stare insieme.
Di Palermo ho pochissime foto eppure è una città bellissime, sottovalutata, dai quartieri più disparati ma tutti caratteristici a modo loro. Non ho foto dei miei colleghi, non ho foto di camera mia che stava di fronte al campus.
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Era un periodo diverso quando i numeri che contavano erano i quattro del tuo anno di nascita, i due dei tuoi anni; i due dei tuoi voti e quelli dei crediti, di quanti esami mancassero alla laurea. Era un periodo in cui la condivisione era fatta di persone, massimo massimo per messaggi. Era un periodo in cui i numeri non li facevi con i followers, i likes, le foto artistiche per instagram.
Degli anni a venire ho una miriade di foto invece: angoli di Londra dove ho vissuto per due anni, spiagge visitate durante le vacanze estive, selfie a profusione e non una singola foto è stata messa lì, sui social, senza prima essere modificata, edulcorata.
Tutto documentato: dal cibo al nuovo tagli di capelli, dall’outfit del giorno al libro che si legge in quel periodo. Risucchiata da un mondo digitale sempre di più che, una volta resa conto, non mi fa più ridere.
 
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Quando sono al pub, con amici differenti rispetto a quelli palermitani, non li guardo neanche. Loro non guardano me. Ci intendiamo attraverso uno schermo. E allora cosa usciamo a fare se siamo interessati di più al mondo esterno? O dovrei dire “interno”?
Ho cambiato così la mia prospettiva, forse anche l’aiuto di un fidanzato che odio la tecnologia e non ama la fotografia ha fatto il resto. Ogni viaggio, almeno una volta al giorno, stacco il telefono per un paio d’ore e mi godo il paesaggio. Senza foto, senza fronzoli, senza filtri. Io, lui e la natura attorno a noi.
Quando sono a tavola, fotografo sempre meno i piatti, non li guardo attraverso una fotocamera prima ma inizio a mangiarli con i miei occhi. Mi gusto ogni boccone, converso, guardo e vengo guardata in faccia mentre parlo e sorrido, rido, a volte fino alle lacrime. Mi godo la compagnia.
Ho trovato anche un paio di persone che, adesso, al pub, il cellulare non lo toccano. Stanno lì, sul tavolo, a testa all’ingiù per non distrarci perché il mondo reale è quello che stiamo vivendo, in quell’attimo. Condividiamo; parole, risate, ansie, problemi, emozioni, felicità. Momenti. E faccio le foto migliori in quegli attimi, no, non con l’huawei nero posto di fianco a me che vibra a volte; no, con i miei occhi, le imprimo nella mente e quelle, sì proprio quelle sono le foto migliori che ho.
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Siciliana di nascita; ex-studentessa di Lingue al Liceo, all'università ho scelto Scienze della Comunicazione. MI sono trasferita all'estero subito dopo la Laurea e, adesso, son quattro anni che sono espatriata, prima a Londra e adesso a Cardiff e finalmente inizio a sentirmi a casa. Amo il sole, il mare, la primavera, i fiori e soprattutto il Natale. Oh, e i biglietti aerei economici, quelli sono DAVVERO, la mia cosa preferita. Sono una sognatrice; mi piace scrivere da sempre: sui banchi di scuola ho cerato le mie storie fantasy migliori che non hanno, e non avranno mai, visto la luce, più perché ho dimenticato dove siano tutte quelle pagine che per altro. Spesso penso che sia nata nel secolo sbagliato; gli anni '90 mi mancano molto a livello di contatto umano ma so che ormai non riuscirei fare a meno della tecnologia. Sono una viaggiatrice; figlia del mio segno zodiacale, il Sagittario, ho bisogno di spiccare il volo e vedere quanta più porzione di mondo mi sia concessa. Mi piace esplorare posti nuovi, perdermi per le strade, assaggiare nuovi sapori, sentire nuovi odori e perché no cercare di carpire parole da lingue a me sconosciute.

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